Nell’attesa del boom di Bonomi… stringete i denti

Mannaggia, che disdetta, il boom economico non arriva. Eppure ce l’avevano promesso in tanti, e alcuni con lo sguardo ieratico del profeta. Tipo Carlo Bononi, il boss di Confindustria…

(pressreader.com) – di Alessandro Robecchi – Il Fatto Quotidiano – Mannaggia, che disdetta, il boom economico non arriva. Eppure ce l’avevano promesso in tanti, e alcuni con lo sguardo ieratico del profeta. Tipo Carlo Bononi, il boss di Confindustria: “Credo ci siano le condizioni per un piccolo miracolo economico, ma neanche troppo piccolo”, ha detto il 7 giugno scorso a Manduria (titolo del convegno “Forum in masseria”, ahahah). L’equazione era semplice: licenziamo, così potremo assumere, che è un po’ come quando buttate la macchina nel burrone così poi potrete comprarne un’altra, salvo accorgervi, guardando la carcassa, che per la macchina nuova non avete i soldi.

Intanto impariamo la geografia sulle pagine economiche dei giornali: la Timken è a Brescia (106 licenziati), la Giannetti Ruote in Brianza (152), la Gkn a Campi Bisenzio (422), la Whirlpool a Napoli (327), e non passerà giorno senza che si aggiunga alla lista qualche ridente località. Se va avanti di questo passo il miracolo economico dovrà essere strepitoso.

Intanto ferve (?) la discussione sui “nuovi ammortizzatori sociali”, il che conferma la passione della classe dirigente del Paese per l’azione coordinata in due fasi. Funziona così: prima fase, stringete la cinghia, restate senza lavoro, restate senza reddito, stringete i denti perché poi arriverà la seconda fase fatta di ammortizzatori sociali e aiuti per tutti. Bello. Solo che la prima fase viene attuata senza problemi e per la seconda fase, ehm… vediamo… pensiamoci bene… aspettiamo un po’… bisogna mettere tutti d’accordo… Insomma, mai che venga in mente di fare quel che farebbe chiunque nella sua vita: prima predisporre dei sistemi di sicurezza e poi, nel caso, procedere. È come se si montasse la rete sotto il tendone del circo dopo che il trapezista è caduto.

A proposito di caduti, i morti sul lavoro nel 2020 (anno in cui si è lavorato meno causa pandemia, peraltro) sono stati 799 contro i 705 del 2019 (più 13 per cento). L’Inail, che vigila o dovrebbe sulla sicurezza di chi lavora, ha controllato l’anno scorso 7.486 imprese, una goccia nel mare, perché ha pochi ispettori. Di queste sono risultate irregolari (tenetevi forte) l’86,57 per cento, praticamente nove su dieci. Non male, dài!

In sostanza, mettendo insieme i dati, aggiungendo le cifre sull’aumento delle situazioni di forte disagio economico, e rincarando la dose con l’ininterrotto attacco dei soliti noti al Reddito di cittadinanza, si ha come risultato che oggi in Italia c’è almeno una cosa che ha un discreto successo: la guerra ai poveri. Guerra non solo economica, ma anche fisica (le grate di protezione rimosse dai macchinari per non rallentare la produzione, i lavoratori in sciopero investiti dai camion…), perché c’è questa convinzione che morto un lavoratore ne arriva un altro, e pazienza. Ora che sul Paese (meglio, sulle aziende) pioveranno soldi, uno si aspetterebbe che vadano soltanto a chi è in regola con le norme sulla sicurezza, ma l’argomento non pare all’ordine del giorno, non se ne parla, nessuno lo solleva, sacrilegio. Naturalmente siamo qui ad aspettare a piè fermo il “piccolo miracolo economico, nemmeno troppo piccolo” che ci hanno promesso in cambio di qualche centinaio di migliaia di sacrifici umani: famiglie senza più reddito che non sanno dove sbattere la testa ma si immolano per tutti noi, che presto brinderemo a champagne per il nuovo boom. Tutti, anche a sinistra, fanno finta di crederci, rapiti dell’ideologia dominante che se aiuti i ricchi mangeranno qualcosa anche i poveri. Non funziona, mannaggia, che disdetta!

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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4 replies

  1. EURO E FINANZA

    Il giocattolo rotto delle delocalizzazioni
    collettivo economisti coniare

    Il grido di dolore di Enrico Preziosi, il padrone di Giochi Preziosi, ha commosso tutti: i regali di Natale dei nostri bambini sono a rischio, bloccati nei porti cinesi dalla richiesta di un balzello che il povero imprenditore proprio non si aspettava. Scorrendo l’intervista, sorge però qualche dubbio circa la buona fede del nostro Babbo Natale incagliato in Cina: già, cosa ci fanno in Cina i prodotti di un’azienda italianissima? E perché questo accorato appello rivolto al nostro Governo?

    Nella stessa intervista, Preziosi ci informa che il 95% della sua produzione è delocalizzata in Cina. Come la gran parte delle aziende italiane medie e grandi, anche Giochi Preziosi ha dunque delocalizzato la quasi totalità della produzione in un Paese che offriva grandi opportunità di profitto: un costo del lavoro molto basso, tasse e tributi contenuti da una politica di apertura portata avanti dalla Cina in alcune zone del Paese esposte al commercio internazionale, e la garanzia della totale libertà di circolazione delle merci, che consente ai vari Preziosi di tornare poi in Italia, e in Europa tutta, a vendere le proprie merci prodotte altrove. Il fenomeno delle delocalizzazioni è un mondo meraviglioso, per gli imprenditori. L’altra faccia di questo fenomeno, il costo delle delocalizzazioni, la pagano i lavoratori italiani – che perdono i posti di lavoro spostati in Cina – e l’Italia tutta, che oltre a sperimentare una progressiva desertificazione industriale vede erodere anche la base fiscale di questi colossi industriali il cui baricentro produttivo fuoriesce dal Paese. L’affare delle delocalizzazioni, dunque, lo ha fatto Preziosi, attratto dalle condizioni offerte (in questo caso) dalla Cina, mentre lo Stato italiano ed i lavoratori del nostro Paese ne hanno pagato il costo.

    Cosa ha rotto le uova nel paniere di Preziosi? Fondamentalmente due fenomeni relativamente recenti. Da un lato la Cina sta sperimentando un progressivo aumento dei salari medi che non si è arrestato neanche con la pandemia: l’impronta socialista che caratterizza l’organizzazione economica di quel Paese ha garantito, pur con molteplici contraddizioni che non possiamo qui affrontare in maniera esaustiva, un inesorabile miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione. Se migliorano le condizioni di vita del popolo cinese, peggiorano le condizioni di profitto delle imprese straniere (come Giochi Preziosi) che proprio sui bassi salari cinesi puntavano, quando hanno delocalizzato. Ecco il paradosso generato dalle delocalizzazioni in un Paese socialista: mentre, anche per effetto della desertificazione industriale e delle politiche neoliberiste imposte negli ultimi trent’anni, i salari italiani (da cui Preziosi e compagnia rifuggivano) si stanno abbassando progressivamente verso ‘livelli cinesi’, si sarebbe detto un tempo, i salari dei cinesi crescono erodendo quote di profitto delle multinazionali.

    Come se non bastasse, un ulteriore fattore compromette la profittabilità delle multinazionali estere impiantante in Cina: i costi di trasporto dei container dalla Cina è aumentato di circa sei volte per il combinato disposto di maggiori tasse imposte dal Governo cinese e maggiori tariffe richieste dai grandi gestori, spesso pubblici, dei porti cinesi. In altre parole, il Governo cinese – dopo aver attratto molte multinazionali estere con condizioni favorevoli – inizia a chiedergli il conto: quello che ogni cittadino vorrebbe veder fare al proprio Stato. Apriti cielo: il povero Preziosi, che in Cina aveva trasferito la produzione proprio per via dei bassi costi, ora è in crisi. E la sua reazione merita una riflessione politica.

    Preziosi, infatti, rivolge il suo accorato appello al Governo italiano, chiedendogli di favorire il cosiddetto reshoring, una parola complicata per un concetto molto semplice: ora che i lavoratori italiani sono ridotti alla fame, cioè sono tornati ad essere competitivi a livello internazionale, il dinamico imprenditore vorrebbe riportare la produzione in Italia. Potrebbe farlo in ogni momento, ovviamente, ma lui pretende un aiutino dal Governo. Lui, che ha incassato tutti i profitti della delocalizzazione imponendo all’Italia i costi economici, fiscali e sociali della sua scelta, adesso vorrebbe essere pagato (già, questo chiede: decontribuzioni e sconti fiscali in patria) per tornare a produrre in Italia. L’idea che i padroni possano delocalizzare a piacere la produzione per inseguire il profitto – un’idea che è alla base dell’architettura istituzionale dell’Unione europea, fondata sulla libertà di circolazione di merci e capitali – è già di per sé vergognosa, ma pensare che lo Stato debba non solo lasciarli fare ma anche incentivarli, magari tagliando imposte e diritti dei lavoratori, rendendo sostanzialmente le condizioni dei lavoratori italiani peggiori di quelle cinesi, è grottescamente mostruoso, ma è il vero volto dell’imprenditoria, quello reale e concreto che scandisce la vita economica del Paese. In altri termini, dopo aver delocalizzato la produzione all’estero, i capitalisti come Preziosi vogliono ora ricattare lo Stato chiedendo sgravi fiscali e aiuti di vario genere per tornare a sfruttare il lavoro italiano, reso povero anche dalle loro scelte industriali.

    L’appello di Preziosi, che non è certo un caso isolato ma ben rappresenta una parte consistente del capitalismo italiano, ci impone dunque una riflessione politica di carattere generale. Gli sfruttatori non hanno confini: non li hanno quando delocalizzano, e non li hanno quando decidono di tornare in patria a sfruttare il lavoro povero che le loro delocalizzazioni hanno contribuito a creare. I confini, dunque, quegli stessi confini che l’Italia e l’Europa usa contro i lavoratori migranti per costringerli ad entrare come schiavi nella nostra economia, possono essere usati – al contrario – contro quegli sfruttatori. Possono essere usati imponendo, in Italia, un salario minimo che garantisca una vita dignitosa – per evitare che le imprese di tutto il mondo inizino a delocalizzare per sfruttare il nostro lavoro povero ma qualificato; possono essere usati per favorire le imprese pubbliche in settori strategici, creando occupazione e favorendo lo sviluppo industriale del Paese; possono essere usati per limitare la circolazione delle merci e dunque impedire il ricatto al Preziosi di turno, che produce in Cina i giocattoli venduti in Italia. I confini, insomma, sono uno strumento politico: gli sfruttatori li usano per piegare i lavoratori, gli sfruttati possono usarli come argine alla sete di profitto delle multinazionali.

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  2. Tracia:Preziosi è un ossimoro.Questo è uno del fior fiore di delinquente . Una perla incravattata. Più che Preziosi si potrebbe parlare di falsi d’autore. C’è di peggio bisogna dirlo. È quasi divertente come personaggio.Poi lo beccano sempre. Fallimento del Como Calcio L’inibizione per l’affaire Como con proposta di radiazione al Presidente federale, oltre ad un’ammenda di 150.000 euro inflitta al Genoa per responsabilità oggettiva di vicende legate alla gestione economica della sua ex società Como negli anni 2003 e 2004.Caso Genoa-Venezia , il 2 marzo 2007, venne condannato a 4 mesi di reclusione per il reato di frode sportiva, in merito alla partita Genoa-Venezia dell’11 giugno 2005 (ultima giornata del Campionato di Serie B 2004-2005) e la condanna fu confermata nel Processo d’appello, il 27 novembre 2008.
    A seguito dell’annullamento della sentenza di condanna disposto dalla Corte di Cassazione il 25 febbraio 2010, il caso è rinviato ad altra sezione della Corte d’appello di Genova che, in data 15 febbraio 2011, ripristina la condanna per Preziosi.(Leggere le pene per i soliti noti) Da copione.Caso Genoa-Siena. Presunta evasione fiscale in primo grado viene condannato a 1 anno e 6 mesi di reclusione.Doping finanziario del bilancio del Genoa.Il 13 ottobre 2015 viene accusato di doping finanziario dalla procura di Milano per aver aggiustato il bilancio del Genoa per evitare il rischio di non poter iscrivere la squadra in Serie A e tutto ciò grazie a 15 milioni di euro provenienti da società svizzere riconducibili a Infront e Tax and Finance.Giorni scontati credo siano 0.Posso scagliarmi ma tiene proprio i 🤘.Farà ancora danni l’imprenditore ex socio di B? https://www.youtube.com/watch?v=1cEnqBYUc2Y

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