La fabbrica dei complottisti

(Andrea Zhok) – Ecco, sembra ieri che ci dicevano che eravamo tutti una grande famiglia senza confini e appartenenze. Eravamo tutti parte di un policromo villaggio globale dove regnava la libertà, e dove eravamo tutti virtualmente uguali, dove potevamo trovarci a comunicare tra pari da un capo all’altro del globo, uniti in un grande dialogo habermasiano.

Certo, le vicissitudini del mercato avevano creato dei monopoli mondiali delle comunicazioni telematiche, e tuttavia, levare sospetti su quei giovani americani brillanti, filantropi d’animo nobile e lieve, emblemi del successo nella terra delle opportunità, beh, era veramente meschino. E dopo tutto non erano gli americani ad averci salvato da tutte le dittature del passato e del futuro, non sono loro gli abitanti della land of the free and the home of the brave, quelli che proverbialmente se fanno qualcosa, lo fanno per il bene dell’umanità (come qualunque film americano può autorevolmente testimoniare)?

E poi un bel giorno, capita che accendi la TV e senti che Amazon e Google stanno facendo la guerra a social media reputati ‘di destra’ (c’è dunque un censimento preventivo per l’accesso ai social?). Poi senti che le app sgradite vengono tolte dai Google Stores, che le piattaforme monopolistiche di Amazon e Google sospendono e cacciano le pagine del ‘nemico’, che Google vuole bloccare l’indicizzazione dei siti avversari, ecc.

E poi, cambi canale e senti un giornalista bel bello, col viso rasato di fresco, che ti dice, che insomma non c’è niente di cui stupirsi, visto che “dopo tutto la Silicon Valley è notoriamente il cuore della California democratica”.Ah.Alla faccia del villaggio globale.

In sostanza:

1) tutto ciò che non passa su pizzini, dal denaro, ai documenti, all’organizzazione militare, alla totalità dell’informazione, alle comunicazioni private, ecc. oggi poggia su piattaforme online;

2) i monopolisti della rete mondiale sono materialmente in grado, in varie forme, di manipolarne o influenzarne ogni snodo e ogni processo;

3) come ora stiamo serenamente ammettendo, dopo averlo negato o nascosto per anni, questi monopolisti non sono affatto ‘neutrali uomini d’affari’ (ne fossero mai esistiti), ma soggetti politicamente attivi;

4) l’unico concreto potere di limitazione del loro operato è rappresentato dalle capacità di controllo da parte dell’autorità statale USA, e specificamente dai loro servizi di sicurezza (che notoriamente hanno a cuore il bene dell’universa umanità). In sostanza stiamo notando, così, in punta di penna, che chi domina le reti di comunicazione mondiale, è materialmente concentrato in un pezzetto di mondo, ha una perfetta omogeneità di interessi economici, geopolitici e di solito anche politici. Ecco, la domandona ora è: sotto queste condizioni, com’è che ci sono così pochi complottisti? Com’è che non siamo governati da una forma universale e ininterrotta di paranoia, legata all’operare oscuro di poteri su ogni processo possibile, dalla finanza internazionale alle votazioni online?

Beninteso, bisogna ribadire con forza che il cosiddetto “complottismo” è un serio problema nel contesto contemporaneo, nella misura in cui esso si voglia democratico. È un problema perché il “complottismo” è una modalità di formulazione di congetture brade, che non hanno le condizioni per essere confermate o smentite, e che perciò aumentano soltanto il rumore di fondo nel dibattito pubblico. Proprio per questa loro natura, legata più all’ispirazione emozionale che alla possibilità di trovare un appiglio nella realtà, i complottisti sono anche estremamente manipolabili. Perciò il “complottismo” oscilla sempre tra l’irrilevanza e la strumentalizzazione.Ma proprio perché il “complottismo” è un problema reale, è necessario sgombrare il campo da una tipica illusione di comodo: i complottisti non sono esseri antropologicamente diversi e inferiori, tipo i Morlock di H. G. Wells, che si nutrono di carne umana e vivono nelle viscere della terra. I “complottisti” sono la naturale espressione di una tendenza strutturale accuratamente coltivata. Per resistere alle inclinazioni “complottiste” o si possiede una rara combinazione di consapevolezza della loro sterilità e di ampiezza di informazione disponibile, oppure, più semplicemente, si ha una fantasia piuttosto pigra. In assenza di queste condizioni la strada della formulazione fantastica di complotti e teorie della cospirazione è necessariamente spalancata, molto semplicemente perché le condizioni per una partecipazione consapevole ai processi decisionali NON CI SONO PIÙ, neanche in tracce.

In questi giorni, per un momento ‘umorale’ nella politica americana, si è visto venire alla superficie il potere immenso di una manciata di soggetti californiani. Non c’è dubbio che a questa breve emersione seguirà un rapido inabissamento sotto il pelo dell’acqua. Ma il problema rimane tutto in tavola: con che faccia stiamo qui a parlare dei ‘pericoli per la democrazia’ rappresentati da qualche maleodorante milizia di suprematisti bianchi, quando la trasmissione di informazione telematica sul pianeta è saldamente nelle mani di una manciata di attori, politicamente, culturalmente e territorialmente omogenei? Di quale democrazia mai stiamo parlando?

2 replies

  1. Le nostre democrazie hanno più o meno la struttura politica dei grandi allevamenti: pochissimi a cui va il profitto, pochi che lavorano per loro stipendiati, e una massa di individui allevati soltanto come carne da macello.

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