Immuni, media e abbracci

(di Alessandro Gilioli) – Ieri, all’ingresso dell’aeroporto di Fiumicino, i poliziotti privati incaricati di controllare che i passeggeri entrassero con le mascherine non avevano le mascherine. O meglio, le avevano abbassate sotto il mento, che è come non averle.

Non è una denuncia da caccia alle streghe: è il nostro contraddittorio vivere quotidiano, in questi angustiati tempi. È il confronto tra grida manzoniane – mascherine obbligatorie ovunque, multe fino a tremila euro! – e prassi molto più complesse, difficili, strette tra ideologismi del cazzo (la mascherina come privazione della nostra libertà, delirano i QAnon e gli Sgarbi vari) e, all’estremo opposto, pulsioni questurine che rischiano di trasformarci in poliziotti di strada come al tempo dei runner.

Non è più utile, adesso, entrare nella disputa mascherina sì o no.

L’esperienza di quasi nove mesi ha messo fine almeno a questa discussione. Le malattie di Johnson, Bolsonaro e Trump hanno ulteriormente aiutato a capire chi aveva ragione, sulle mascherine. Resta semmai un po’ di incazzatura verso quei medici di chiara fama – o capi della Protezione civile – che ancora a marzo-aprile ne negavano o sottostimavano l’utilità sia sociale sia individuale. Amen.

Ora abbiamo capito che più le si usa meglio è per tutti, non solo perché si rischia meno il virus ma anche perché si rischia meno il lockdown, con annessi devastanti danni sociali, psicologici, affettivi ed economici.

Mi auguro che questo almeno sia chiaro, definitivo, non più oggetto di disputa, appunto.

Quindi ciò che è utile capire ora è semmai come andare rapidamente verso un modello di universalizzazione dell’uso (corretto) delle mascherine – e della app Immuni.

Perché, banalmente, se tutti tutti tutti usassimo sempre le une e scaricassimo l’altra, avremmo ottime possibilità di non passare il Natale da soli in casa, di non veder fallire la nostra attività, di non finire in Cassa integrazione, di non ritrovarci di nuovo i bar chiusi, con i ragazzini a casa a litigare con Zoom e così via.

A me sembra che, in termini di efficace comunicazione, si sia fatto e si stia facendo davvero poco. Si sono preferite le minacce di multe mostruose e di nuove puntate di caccia al runner.

È incredibile come nell’era della comunicazione questa sia stata usata pochissimo, a livello istituzionale, per indirizzare il senso comune nella direzione giusta.

È incredibile come ancora nel 2020 si pensi che la minaccia di una multa pesante abbia efficacia maggiore della comunicazione ben fatta e diffusa, degli spot, delle campagne sui social, della divulgazione, dei testimonial, delle maratone televisive, e così via.

Immuni, per esempio, è stata lanciata e subito dopo abbandonata, comunicativamente. Abbandonata anche alla stupidità virale di chi, non avendo neppure una vaga idea del suo funzionamento, vi vede un’intrusione dello Stato nella sua privacy, spesso dopo aver ceduto tutta la sua privacy in cambio di un videogiochino gratis sul cellulare.

Su Immuni ci sarebbero dovute essere mille campagne e mille trasmissioni, di Immuni avremmo dovuto vedere in tivù i volti degli sviluppatori che ne spiegavano garanzie ed efficacia, su Immuni si sarebbero dovuti schierare pubblicamente politici di ogni parte e testimonial di ogni tipo che ne elencavano i vantaggi per tutti, per Immuni magari avremmo dovuto fare perfino campagne di stimolo legate a quel tipo di lotterie che adesso vengono proposte per i pagamenti digitali.

Invece, nulla, o pochissimo.

Con il paradosso finale: siccome Immuni è stata scaricata solo da sei milioni di persone, chi l’avversa festeggia strillando “avete visto, non funziona?”, e vagli a spiegare che non funziona proprio perché non è stata abbastanza scaricata, non perché non funziona in sé.

Anche sulle mascherine si sono viste più minacce che campagne, stimoli, testimonial, divulgazioni, spiegazioni. Abbiamo visto le urla di De Luca, ora si minaccia l’esercito e si brandiscono le mega multe. Preferirei vedere cinque puntate in prima serata con Alberto Angela che ci spiega il perché e il per come, per esempio. O una clip di Mahmoud. O uno spot di nonno Libero.

Ma non lo dico per sciocco ribellismo antiautoritario: lo dico proprio per efficacia. Perché ne va dei prossimi otto-nove mesi – e anche molto dopo, come conseguenze economiche e sociali.

Non so: secondo voi siamo ancora in tempo, a cambiarla, questa cosa?

Siamo in tempo a capire che la comunicazione è più efficace delle grida manzoniane?

Siamo in tempo a cambiare il senso comune che vede mascherine, gel e app come “privazioni della libertà”, mentre sono l’unico modo certo per riconquistarla, la nostra libertà di vivere, abbracciarci, amare, commerciare, viaggiare e tutto il resto?

(e voi ve lo ricordate, vero quanto era bello abbracciarsi, sì?).

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