La “movida” è il nuovo grande capro espiatorio della politica italiana

(Simone Cosimi – wired.it) – Prima i runner inseguiti dai droni. Poi i solitari bagnanti, raggiunti e multati in tutta fretta da zelanti agenti a bordo di quad. Agli inizi (pochi se lo ricordano perché la seconda parte di marzo è già masticata da un ingranaggio di rimozione collettiva) si sparava – retoricamente – pure sui cani e i loro padroni, coraggiosi anarchici a due e quattro zampe alla conquista degli spazi desertificati della città. Adesso, dopo i fatti dei Navigli, è la movida nel suo complesso a finire nel mirino della fase 2.1. Un termine, movida, di cui forse dovremmo sbarazzarci: Treccani ci spiega che l’ispanismo ci arriva dagli anni Ottanta e dal clima sociale e culturale “tornato vivace dopo la fine del regime franchista” e, per estensione, passato a definire la vita serale e notturna di una città. Una parola che in effetti usano ben più i giornali che le persone, ma per la quale non abbiamo un sinonimo altrettanto efficace.

Abbiamo tolto l’autocertificazione perché la curva era sotto controllo, ma nessuno pensi che sono saltate le regole di precauzione. Non è il tempo dei party e della movida” ha detto il premier Conte a una persona che lo ha avvicinato ieri all’uscita dal Senato, secondo Repubblica. A dire il vero, l’autocertificazione è stata tolta perché non avrebbe senso alcuno, con negozi e attività di ogni genere in funzione e aperti al pubblico. Cosa dovrei mai certificare, agente, vado a comprare le scarpe? E il primo punto è esattamente questo: cosa ci si poteva aspettare, in un paese che peraltro si prepara ad accogliere senza controlli chiunque arrivi dal più sperduto angolo dell’area Schengen dal 4 giugno?

Il cuore della questione è però un altro: la logica ottundente del capro espiatorio. Certo, c’è chi manca di buonsenso, chi mette a rischio gli altri (anzitutto le proprie famiglie) col suo fatalismo, e chi se ne frega di tutto e delle regole. Ma non ha alcun senso il gioco facile dell’accusa per fasce sociali o anagrafiche: è una questione di rispetto reciproco, prima che di regole. E di rispetto ci si manca a ogni età, da vecchi e da giovani. Sarà anche vero che basta poco per vanificare i sacrifici di due mesi chiusi in casa, ma quei sacrifici può vanificarli chiunque. Non fermiamoci alle piazze e agli aperitivi: guardiamo al rispetto delle norme negli esercizi, ai familiari di quei ragazzi, ai capannelli anche di fronte a negozi, non solo alla covida. E soprattutto, verrebbe da dire: teniamo d’occhio quel che accade nelle fabbriche e negli uffici, o negli ospedali ancora in difficoltà con i dispositivi di protezione.

Montagne di testimonianze individuali, inchieste ad ampio raggio, analisi di ogni tipo e studi provano da mesi la raggelante impreparazione degli apparati dello stato nelle prime settimane della pandemia, senza un piano a cui fare riferimento né la capacità di mettere a fuoco fonti e notizie provenienti dalla Cina a cui la cittadinanza non aveva ancora accesso. Alle lacune, a quasi tre mesi di distanza, le istituzioni continuano a rispondere con un misto di speranza, paternalismo e narrazione sbilenca.

Non è così dappertutto: nel Lazio, per esempio, è appena partito un programma molto chiaro e lineare di test su larga scala: le analisi sierologiche sono disponibili per tutti i cittadini al prezzo massimo di 15 euro nel pubblico e 45 nel privato. Se danno esito positivo occorre fare un tampone in una postazione drive-in, alla coreana per intenderci. Bisognerà capire se funzionerà (alcuni resoconti evidenziano difficoltà, specie in ospedale), ma almeno lo schema è chiaro e la campagna è partita con un obiettivo di 300mila test sierologici somministrati dalla regione, più tutti quelli che i cittadini vorranno liberamente effettuare. Queste sono risposte che servono e che dovevano arrivare prima. A livello nazionale però non è ancora così: non si testa, quindi non si traccia e non si isola a dovere nei Covid-hospital. La chiave era e continua a risiedere in questa formula mancata, non nello spritz.

Il ministero dell’Interno sta lavorando a un piano che prevede controlli mirati nelle piazze e in altri luoghi di ritrovo con pattugliamenti fino a tarda sera per intervenire “prima che sia troppo tardi” spiega il CorriereMa chi è davvero in ritardo? Non sono forse le strutture del ministero della Sanità e della presidenza del Consiglio? Non sono i governatori ad aver marciato in ordine sparso e grottesco, salvo mettersi d’accordo solo una volta e sull’unico aspetto in cui forse una diversificazione avrebbe avuto senso, cioè quello delle riaperture? Perché, invece di correre dietro al virus e anzi anticiparlo fotografandone la diffusione, corriamo dietro agli inevitabili capannelli di ragazzini (e non), scritti fra le righe del dpcm sulle riaperture?

Raccontare questo momento come uno scatenato rave stradale senza fine, crocifiggendo una generazione che alla pari di altre ha fatto la sua parte dall’11 marzo al 18 maggio significa mancare il vero tema di questi giorni. È un errore colossale pensare – a ogni età – che sia tutto finito. Ma dopo 32mila morti, la battaglia dell’aperitivo – ennesimo bersaglio mobile di un paese senza bussola – era l’ultima cosa che ci meritavamo.

2 replies

  1. Con molto rispetto per il sig. Cosimi: io vivo a Roma, non sono più giovanissimo ( eufemismo) e ieri sono passato di fronte ad un bar e seduta ai tavolini ho contato una dozzina di ragazze e ragazzi, tutti regolarmente SENZA mascherina e guanti. Chiacchieravano e scherzavano tra loro, com’è giusto che sia. Se poi, qualcuno, per causa loro CREPA, anche malamente, non ci trovo nulla di divertente. Si accusa lo Stato di incapacità, imperizia, trascuratezza. Quando fa, semplicemente, appello alla prudenza per risparmiare qualche morto, chissenefrega, tutti a ridere e a farsi i caxxi propri.

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    • Beh però chi vuole ora ha tutti gli strumenti per difendersi, lei se vuole andare in quel bar chiede al proprietario igiene e distanziamento. Lo stato può chiedere collaborazione, ma alla fine ognuno è libero. Certo se poi uno esce con 39 di febbre è giusto che passi i guai, però non possiamo diventare uno stato di polizia che demonizza nientemeno la movida.

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